Le ricerche sul cervello possono aiutare a comprendere l’ipnosi. Per leggerle bene occorre distinguere ciò che uno studio ha misurato dalle conclusioni che vorremmo trarne per una singola persona.
UNO STUDIO DI RISONANZA FUNZIONALE
Nel lavoro Brain Activity and Functional Connectivity Associated with Hypnosis, Jiang e colleghi hanno studiato 57 persone sane, selezionate per alta o bassa ipnotizzabilità, confrontando diverse condizioni con risonanza magnetica funzionale.
Durante l’ipnosi sono state osservate variazioni nell’attività della corteccia cingolata anteriore dorsale e nelle connessioni funzionali tra alcune reti cerebrali, tra cui regioni prefrontali e insula. I risultati contribuiscono alla ricerca sui processi di attenzione e sull’esperienza ipnotica.
Lo studio non misurava direttamente il rilascio di serotonina, dopamina, ossitocina o GABA. Questi dati non dimostrano quindi che l’ipnosi “aumenti gli ormoni del benessere”. Il campione selezionato e il tipo di esperimento non permettono neppure di prevedere l’esito di un percorso clinico individuale.
DAL DATO ALLA PERSONA
Dire che una tecnica è stata studiata non significa che sia adatta a qualsiasi difficoltà. Quando ci incontriamo, la domanda riguarda il tuo problema, gli obiettivi possibili e le modalità appropriate per lavorarci.
Una spiegazione sul cervello non sostituisce il confronto su ciò che accade nella tua vita: una relazione che ti mette in difficoltà, uno scatto di nervosismo o il bisogno di cercare sollievo nel cibo. È da questi episodi che possiamo definire un lavoro concreto e verificarne l’utilità.
COME USO L’IPNOSI
Nel mio lavoro di psicologo posso integrare l’ipnosi clinica dopo una valutazione iniziale, condividendone scopo e modalità. Il valore del percorso si valuta nei cambiamenti osservati e discussi insieme, senza trasformare un’immagine del cervello in una promessa.
